Ravanare

Un giorno che vale una vita

Eva Toschi

Sono settimane che ho bisogno di scrivere ma non ne trovo il tempo (o forse non ne trovo il coraggio), ma oggi piove dentro e fuori e il foglio bianco che ho provato ad evitare in questi giorni mi chiede un pegno di sangue e d’inchiostro per riprendere a fare tutto il resto. Per smetterla di svegliarmi la notte con in mente queste parole che sto per scriverti.

La scrittura – così come l’alpinismo – per me sono degli strumenti per liberarsi, o meglio per essere liberi; sono dei modi per parlare a noi stessi ma hanno senso solo se condivisi con gli altri. Per questo prima di bruciare e gettare queste parole nel vento, voglio scriverle qui.

Era un sabato molto diverso da questo: faceva caldo (per quanto può fare caldo a 1750 metri) e l’aria era ferma come lo è il tempo quando si sta per lasciare spazio ad una nuova avventura.
Mentre scorrevo svogliata le immagini sui social ho visto una tua foto. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Senza grande stupore ho pensato che avessi combinato qualche altra impresa delle tue, così ho iniziato a leggere i testi collegati a quelle foto. Tutti quanti iniziavano nello stesso modo: Ciao Matteo. Perché ti salutano? Dove te ne stai andando?
La prima cosa che mi è venuta in mente di fare quando ho capito dov’è che te ne eri andato, è stata provare a chiamarti. Poi ho pensato che se il tuo telefono fosse nelle mani della tua compagna, o dei tuoi genitori, mi avrebbero preso per pazza. Così non l’ho fatto. Ho provato a chiamare Dani, ma non mi ha risposto. Avevo bisogno di sentirmi dire da una voce reale quello che era successo.

Ho pianto, ma tanto tu lo sai che io piango sempre. Ma erano lacrime diverse da quelle su cui scherzavamo appesi in sosta con una lattina di peroni in mano. Per un attimo ho anche pensato che non sarei riuscita a piangere, ma poi l’ho sentita. L’assenza. Più la sentivo più ho provato a colmarla con i ricordi. Ma non era il momento giusto, e faceva troppo male.

Sono corsa in casa e ho preso dal comodino, dove lo tengo sempre, il libro di Twight. Ho scorso velocemente le pagine e ho trovato il racconto che volevo leggere. L’ho letto e poi l’ho riletto ad alta voce a mia madre che senza bisogno di ulteriori spiegazioni ha capito cos’è che ci porta a prendere certi rischi in montagna. Non mi ha detto, come poi hanno fatto altri a cui ho raccontato quello che era successo, “stai attenta per favore”, come se stare attenti bastasse a rimanere vivi. Come se fosse importante, adesso.
Quando ho chiuso il libro ho deciso di non fare la fine del corvo. Di non nutrirmi dei ricordi come se fossero cadaveri o immondizia. Almeno per un po’.

Quando sono riuscita a parlare delle cose che abbiamo fatto insieme come se fossi ancora qui, i corvi sono spariti nell’orizzonte.

La prima volta che abbiamo scalato insieme – anzi, la prima volta che abbiamo fatto qualcosa insieme – eravamo in Valle, su Luna Nascente. Ti ricordi? Tu l’avevi fatta già più e più volte; io invece era la prima volta che arrampicavo su quel mondo fatto di granito e fessure nelle quali non sapevo piazzare bene i friend. Tu eri nel momento della vita in cui avevi già capito bene dove volevi andare: volevi andare in alto, meglio se con qualcuno al tuo fianco. Non sai quanto sono contenta che negli anni successivi, quelli in cui io non c’ero, hai realizzato i tuoi sogni e conosciuto l’amore. A volte penso che dopo quell’estate in giro a scalare insieme ce ne sarebbero dovute essere altre, ma se un giorno con te ne valeva 10 allora un anno può valere una vita. Me la tengo stretta quella vita.
Io invece, quel giorni di maggio in cui ci siamo legati insieme per la prima volta, avevo appena messo la mia vita in furgone e avevo iniziato ad affidarmi agli eventi, e in questo, forse, eravamo uguali; nonostante la tua determinazione, ti piaceva lasciare spazio alle possibilità. Me lo ricordo, perché quel giorno siamo partiti dal parcheggio senza aver nemmeno deciso che via scalare. Arrivati sotto la parete mi hai chiesto “questa, o quella?” E poi “parto io, o parti tu?”. Ed io, che ti conoscevo appena, ho pensato che non mi avresti giudicata e che i miei mostri non ti avrebbero spaventato, così mi sono sentita libera di poter essere quella che ero, quella che sono, e sono partita. Con il cuore in gola e le gambe tremanti. Mi ricordo le tue parole di conforto mentre ero bloccata a cercare un friend da piazzare, e la tua faccia spaventata quando arrivavi in sosta e mi dicevi che quel friend lo avevo “appoggiato”. Mi ricordo le risate, e i bagni nell’acqua ghiacciata per pulirsi delle emozioni provate.

Ma la cosa che più mi ricordo di te è il calore che emanavi. Non parlo di quello che diffondevi nel mondo che ti circondava, ma di quello che sprigionavi dal tuo corpo. La tua pelle era talmente calda che era praticamente impossibile starti accanto. D’estate, soprattutto. Eri caldo, smanioso, e non mi lasciavi mai dormire quanto volevo. Quella dannata canzone che mettevi come sveglia sono finita per odiarla. Se non fosse per te sarei ancora sotto al piumone e invece di vivere, appesa su qualche parete.

Sai, credo che tu sia l’ultima persona che mi abbia regalato dei fiori. Facevi le cose perché ti andava di farle, senza preoccuparti di ricevere qualcosa in cambio e senza nemmeno porti il problema di dove avrebbe tenuto un mazzo di fiori una ragazza che viveva in furgone. Se ci penso, alla fine sono proprio le cose inutili ad avere più valore.
Come queste parole, che adesso, sono inutili.

Al tuo funerale c’erano un sacco di persone e ho trovato bello che nessuno fosse vestito “bene” e che tutti fossero esattamente quelli che erano. La chiesa aveva le pareti in perline di legno e le panche puzzavano di disinfettante. Durante la messa il prete ha detto che hai dato la vita alla montagna, ma ho pensato che si sbagliasse: tu hai dato la vita alle persone, prima che alla montagna. Alla fine delle messa tuo fratello ha suonato per te. Era la melodia più triste e vera che abbia mai sentito e tutti hanno voltato le spalle all’altare per girarsi verso di lui mentre suonava. Avrei voluto che non smettesse mai, ma a un certo punto è diventato tutto troppo forte ed ho dovuto girarmi. Sentivo fosse giusto lasciarvi l’intimità di quel momento.
Quel giorno tua madre emanava una forza tale che mi sono vergognata di piangere di fronte a lei.
Hai delle donne forti che ti amano, ma questo di sicuro lo sai.
Ci siamo incontrate il giorno dopo, con Marta, Marina e Walter. Si sono ricordati di me, che ero quella che aveva lasciato la bici nel loro garage da più di due anni. Mi hanno detto che nessuno l’aveva voluta comprare alla fine, e che sarei potuta andarla a prendere quando volessi.

Non so bene perché ti sto dicendo queste cose,
Invece di dirti semplicemente che sono grata di averti conosciuto, di aver condiviso con te giorni che valgono una vita,
invece di dirti che mi manchi, che ti voglio bene.
Avrei voluto usare le mie migliori parole, ma non ci sono riuscita.
Non so bene perché ti so dicendo queste cose,
invece di chiamarti e dirti, che domani vengo a prenderla, quella dannata bicicletta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

un giorno che vale una vita

 

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