Ravanare

Nei camini mai più

Eva Toschi

Una festa, un post-sbornia, una furgo, due amiche, una via da scalare. Basta poco per una piccola avventura.

Si, se dovessi pensare a quando è iniziata direi alla festa. Musica, gente, troppa gente, alcool, troppo alcool, il risveglio vestita da sera nel mio letto con un amico altrettanto sborniente e altrettanto vestito. La casa è un disastro e mentre i miei coinquilini si alzano come zombie io vado a cercare Giulia, che credo dorma nella furgo in giardino. Poi vado nella camera dei giochi di Simone e gli prendo tutte le fettucce e ghiere che riesco a trovare, un casco in più e via, con la lentezza di due bradipi ubriachi, Giulia ed io ci avviamo verso la Pietra.

Il sole sta tramontando e la testa mi gira ancora. Il cielo è pieno di stelle e dopo 4 chiacchere con degli amici, una cenetta barricate dentro e il webasto che non vuole funzionare ci addormentiamo mentre la musica ancora va…   “Siamo dei….” Lo dice Lucio.

Sono seduta nel furgone e faccio colazione mentre Giulia ancora dorme e il piazzale del parcheggio si sta riempiendo intorno a noi. Butto giù l’ultimo sorso di caffè, ma fremo ed esco fuori a preparare il materiale.

È la prima volta che me occupo io da sola. Mi rilassa e mi eccita allo stesso tempo. Quest’estate ero preoccupata che essendomi abituata ad andare con scalatori molto più esperti di me da sola non avrei combinato niente ed avrei dovuto solo aspettare con ansia il momento in cui a loro sarebbe andato di fare qualche via da pippa con me. E invece siamo qui io e Giulia. Se la sua esperienza è pari a 0,5 la mia forse arriva a 1,5. Eppure io mi fido di me stessa e di lei. E la cosa è reciproca e per questo siamo (più o meno) calme e (più o meno) sicure.

Quando parto sul primo tiro mi sembra di non ricordare più come si scala. Devo pensare a tutto e sento addosso il peso di settimane senza scalare e due mesi dalla prima e ultima volta che ho tirato qualcosa su una via. Ma davvero ho tirato solo qualche tiro in vita mia e mi è venuto in mente di portare Giulia a fare un multipitch? Eppure stare qui in sosta a recuperarla mi fa sentire bene e questo movimento continuo a tirar su con la mano destra e a recuperare la corda con la sinistra è come un antistress. Un po’ è il freddo un po’ l’emozione ma mi sento tremare, o fremere. Non lo so nemmeno bene io. Entro nel camino e mi paralizzo. Non so più cosa fare, non so più scalare e vado avanti e indietro per cercare di arrivare alla prossima protezione. Non ho idea di come abbia fatto ma mi ritrovo faccia a valle, gambe spaccate, e in questa posizione da stella marina guardo Giulia che mi assicura. Non so bene se c’è da ridere o da piangere. Per un momento penso all’eventualità di scendere da questo camino maledetto e lasciar perdere, mandar lei o ritirarci, ma automatismi e la voglia di salire cacciano via questi fantasmi e dopo alcuni metri passati a scalare con la schiena su una parete e le gambe orizzontali davanti a me mi ritrovo a vedere la luce e uscire da questo camino che sembrava un girone infernale. Ah ma Dante non aveva scritto della Pietra infatti??

Mi sento che dopo essere riuscita a passare qui siamo già in cima e finalmente mi sento appartenere a questo e al momento che stiamo vivendo.

Sento Giulia inveire e mugugnare mentre risale il camino con lo zaino e quando arriva la rassicuro, la faccio rilassare, fumare una pagliuzza e le chiedo se se la sente di andare da prima sul prossimo tiro.

È un azzardo ma voglio farle vivere quest’esperienza appieno. È troppo bello per non volerlo condividere. Mentre glielo chiedo e la lascio pensare rivivo dentro di me la sensazione di quando mi è stata posta questa domanda. Sono eccitata per lei.

Le metto il materiale sull’imbrago e le spiego come si recupera il secondo, e tra un po’ di preoccupazione e perplessità mi rendo conto di come ci si sente a dare qualcosa. A passare un piccolo testimone.

Tra incitamento, rassicurazioni e qualche indicazione lei va su come una spada. Non trova l’ultimo spit ma la sprono ad andare su. Il suo strillo << Sono in sostaaaaaa>> ci fa esultare e strillettiamo come quando si liberano i tiri duri in falesia.. <<Grande Nenaaaaaaa>>.

Si, ci ha messo un pochino a mettere su bene il reverso per recuperarmi e a trovare il coraggio di stare appesa in sosta, ma da quel momento non ci ha fermato nemmeno l’ombra lontana di un dubbio.

Il quarto tiro tocca a me e lo scalo godendomelo di brutto. Una fessura larga (e bagnata) tutta da smanacciare e una ribaltatina facile su un terrazzo. Finalmente ho scalato con la testa vuota. Mi chiedo se sia più bello l’aver scacciato i draghi che mi ronzavano intorno o questa sensazione di leggerezza che provo adesso. Sta a Giulia conquistare la “cima” e dopo essersi persa “pe fratte” corre su ed io dietro lei.

Ci abbracciamo, strilliamo, balliamo e ridiamo.

La bassa padana non mi è mai sembrata così bella e mi sembra di vivere in un quadro, o in una canzone.

Ma quella lì tutta storta nel parcheggio non è la furgottina??

Siamo dei e ci muoviamo nello spazio profondo,
corriamo dietro ai tuoni, ci pettiniamo,
e aspettiamo la fine del mondo

 

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