Ravanare

A piccole dosi

Giulia Mondello

Il vialetto a maggio profuma di erba bagnata. Ogni volta che torno mi sembra di entrare per la prima volta. Mi piace come quella prima volta: odora di terra e odora sempre di casa.

Quanto tempo è già passato?

È ancora lì con le sue lampadine fulminate e la sua sola, misera pallina. Assieme non fanno la decenza di una decorazione in grado di accompagnare quei suoi tre piedi nei grovigli di ciabatte e cavi elettrici che gli fanno da radici. Quello stupidissimo albero di Natale non sa quanto per me sia confortante trovarlo sempre, ritrovarlo ogni volta lì.

 

All’entrata c’è una donna: “10€ per la lettura della mano” – lo leggo su un cartello mentre lei è li che legge altre inconsistenti mani, sul suo telefono.

È una vecchia fabbrica. Dentro si balla, un tempo ci si lavoravano cristalli.

Un bicchiere si frantuma tra i piedi di Federica. Un gruppo suona, noi beviamo e balliamo e ballando e bevendo sudiamo via quell’intima inutilità, solo nostra, già di tutti.

I loro sguardi ti si radicano addosso, dentro ci trovi quello che cercavi. Non puoi fare a meno di sentirti a tuo agio.

 

Qual era l’uscita per piazzale Garibaldi? Sbaglio, faccio il giro, lo cerco. Eccolo.

Sorrido, ci abbracciamo.

Inizi tu o inizio io?”. Sembrano averlo dimenticato per noi che non ci vediamo da tempo, le nostre parole che suonano di sincronia. Tutto sembra ancora al suo posto.

 

Fai i bagagli e ci metti dentro frammenti, credi di sapere cosa resta e sai di non poter sapere cosa lasci. Le lampadine dell’albero sono accese, ti sforzi di credere di poter lasciare tutto com’è.

Ti giri, guardi indietro solo un altro istante.

La porta si apre. Sei già distante, ti senti ancora vicina.

Tutto è già altro e tutto sembra ancora lo stesso.

Sei sempre qui, che balli. In una vecchia fabbrica di cristalli. 

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