Autentico. Che poi qualche volta significa vero, onesto. E a essere onesta quando ho detto che avrei scritto una parola al mese sapevo già che non l’avrei fatto. Non so essere costante (e infatti non scriverò mai nulla sulla costanza) nemmeno nelle cose che amo di più. Soprattutto. Però ho pensato che scrivere è come parlare e che è giusto farlo solo quando si ha qualcosa da dire. E allora va bene farlo senza una scadenza. O forse è solo una scusa per giustificare la mia incostanza.
Comunque.
Autentico è più importante di costante. Per me. É una ricerca verso qualcosa che ha un valore che non si conta in dollari e che pesa: il lordo è uguale al netto.
Una ricerca continua del vero in un mondo posticcio che mette la bellezza in una gabbia di vetro e poi ti vende un biglietto per ammirarla. La chiama valorizzazione ma suona come sfruttamento.
Autentica è la bellezza imperfetta, piena di errori. Senza standard e originale. Sto parlando di cose come un tramonto infuocato in un posto di merda, tipo la tangenziale, o il viso stropicciato della persona che hai accanto appena si sveglia.
I capelli bianchi, la pelle a buccia d’arancia che poi è solo un modo carino per dire cellulite. Le rughe vicino agli occhi per le giornate al sole e per i sorrisi, quelli sinceri che partono dallo sguardo e non dalla bocca.
La voce roca che spesso è anche sincera perché la falsità esce con suono più acuto e melenso.
Vivere i luoghi e non ammirarli da una balaustra. Attraversarli bendati, sentirli, respirarli, mangiarli e poi, restituirli.
La tua vita non è una cartolina, anzi una vetrina, e se lo fosse sarebbe crepata, appannata, sporca. Spaccala con un sasso.
Autentico pesa, è un macigno.
É un diamante grezzo. Che non si lascia incastonare né rompere.
Esiste da sempre e esisterà sempre anche se i nostri occhi sono posati altrove.
Autentico è il significato, non la parola. La parola può essere falsa come la bocca di chi la pronuncia.
Autentico è il silenzio.
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